24/12/2018

Alberi di Natale

di Danio Miserocchi

Un classico… come ci si può aspettare qualcosa di differente dai pecci (abeti rossi) e dagli abeti bianchi? La scelta dipende da tanti fattori: innanzitutto esiste una diversità culturale, e, giustamente,solo alcune persone al mondo festeggiano Natale.

Meglio l’albero vero o l’albero di plastica? Esiste poi, a livello globale, anche una ancora più forte diversità climatica e botanica.

I segnali che ci arrivano da molteplici fonti indicano che, globalmente, viviamo molto al di sopra delle nostre possibilità, liberando migliaia di miliardi di tonnellate di anidride carbonica in atmosfera (https://www.co2.earth/global-co2-emissions), e ciò si traduce, tra l’altro, in una maggior frequenza di eventi estremi.

Per il Natale 2018, a seguito dell’abbattimento di migliaia di alberi in Trentino, in Südtyrol ed in Veneto, causata da venti fortissimi lo scorso ottobre, sono disponibili anche cimali di abete da utilizzare come alberi di Natale, ma è un utilizzo secondario, conseguente ad una catastrofe.

Si trovano persone che, con una certa dose di creatività, pongono luminarie attorno ad alberi di kaki, per esempio. La cosa migliore, come consiglia il WWF, è addobbare ciò che già abbiamo, le piante che sono in casa o sul terrazzo o gli alberi in giardino. Per chi vive in zone in cui gli abeti non crescono benissimo, si può acquistare qualche sempreverde come il ginepro, il corbezzolo. Una volta passate le feste, se non si ha lo spazio sufficiente per tenerle in terrazzo, si possono ripiantare facilmente.

Per chi volesse utilizzare un abete vero e coltivato allo scopo, la prima cosa da fare è informarsi su dove è stato coltivato, su quanti chilometri ha percorso (generando anidride carbonica) prima di arrivare dove lo abbiamo acquistato, e se è stato coltivato in modo sostenibile, scongiurando il rischio che il vostro acquisto possa contribuire alla distruzione delle foreste, senza dimenticare che si tratta di un organismo vivente e non dell’ennesimo prodotto usa e getta.

In Australia non si usano spesso alberi per festeggiare il 25 dicembre e per la sincronia della fioritura, viene utilizzato il cespuglio di Natale, spesso il Ceratopetalum gummiferum, endemico del Nuovo Galles del Sud, le cui graziose infiorescenze sbocciano all’inizio dell’estate, appunto, per Natale. Alto in coltivazione al massimo sei metri, predilige luoghi secchi.

Se da noi questa pianta è pressoché sconosciuta, ci può stuzzicare l’idea che si tratti di una Cunoniacea, cioè appartiene ad una famiglia che proprio in Europa non esiste, essendo endemica invece di Australia, Nuova Zelanda e Papua Nuova Guinea.

L’Australia, però, è tutt’altro che piccola, e non mancano variazioni sul tema.

Condivide il nome comune la Prostanthera lasianthos, un cespuglio compatto che ancora una volta fiorisce, in rosa-lilla però, nello stesso periodo. Nonostante il nome è apprezzata da donne ed uomini di ogni età per le festività natalizie. Appartiene alla Famiglia delle Lamiaceae, come il rosmarino. In lingua Woiwurrung è detta Corranderrk e tradizionalmente viene riconosciuta come uno dei legni migliori per accendere il fuoco per attrito.

Altro cespuglio di natale è la Bursaria spinosa, una Pittosporacea, dai fiori bianchi.

Per la gioia degli anglosassoni degli antipodi, è stato documentato il taglio addiritura di felci arboree, ed attualmente la vendita in vaso delle locali araucarie, le quali, una volta addobbate, hanno un aspetto generale solo lievemente diverso da un’abete.

Un luogo particolare è l’isola dei “pini”, o di Norfolk, simile ad una foresta alpina circondata da spiagge invitanti, ma con un clima tropicale e con i resti di una colonia penale.

In Nuova Zelanda invece “l’Albero di Natale” è il’Pōhutukawa, un parente del mirto, e quindi anche degli eucalipti, dagli splendidi fiori, solitamente rossi. Il suo portamento non ha nulla che possa ricordare un abete. Detto “Albero del ferro”, o Metrosideros excelsa. Per i Maori è un albero regale (rākau rangatira) e riesce a crescere vigoroso anche se abbarbicato alle rocce. Anche lui, fiorisce intorno a Natale, più o meno. Un altro perfetto sconosciuto? Probabilmente sì, ed in comune al precedente, i fiori rossi.

In natura, questa specie non se la passa benissimo, ed è minacciata dell’appetito del tricosuro volpino, una sorta di opossum introdotto dall’Australia, che gradisce molto le sue foglie. In California ed in Spagna invece è una pianta apprezzata per il suo aspetto imponente.

In Sudafrica invece, non la pensano proprio così, perché colà è considerato una specie invasiva.

In Sudafrica, appunto? Addobbare un baobab con le consuete lucine richiederebbe uno sforzo non indifferente, e qualcuno ha proposto della acacie per via sempre dell’epoca di fioritura. Le acacie però, spinose come sono, ai coloni di origine europea non sono mai andate particolarmente a genio, così chi desidera un albero di Natale acquista un alieno abete rosso, destinato a seccarsi presto.

In Cile e Argentina? Come in varie zone precedenti, gli alberi natalizi di plastica vanno per la maggiore, e giustamente i bambini che vivono là, ad un certo punto, si domandano il perché del Bianco Natale, in piena estate.

Non è questa una scelta del tutto sbagliata, per non trovarsi a vivere in mezzo ad una piantagione di alberi o cespugli tutti uguali, e si riutilizza lo stesso oggetto ogni anno. Considerando però il ciclo produttivo della plastica, è piuttosto facile cadere nel solito circolo vizioso del petrolio.

Esiste tuttavia un’altra possibilità: quella degli alberi di natale creativi, costruiti con materiali non plastici, di riciclo o di recupero (legno, cartone, vetro...) Le soluzioni di questo tipo sono infinite, riutilizzabili, ed originali, e vanno da piccole realizzazioni in cartone, residuo di ex rotoli di carta, a gigantesche creazioni utilizzando le onnipresenti bottiglie di plastica. Che ci crediate o no, hanno una certa eleganza.

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